L’Italia si deve fermare, cosa imparare da tutto questo?

Dal 10 marzo entra in vigore il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri Conte che ha esteso a tutta l’Italia le misure per il contenimento e contrasto alla diffusione del Covid-19. Ci viene chiesto di restare a casa e di uscire solo in caso di comprovata necessità, come lavoro o salute; sono vietati gli assembramenti di persone, gli eventi e manifestazioni di ogni genere, tutte le scuole di ogni grado sono chiuse fino al 3 aprile.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a vari episodi surreali dettati dalla paura: aggressioni verso persone con tratti asiatici, masse di impauriti che si riversavano nelle stazioni dei treni per scappare dalle zone rosse e ripararsi al sud, sindaci che esortavano a non farsi spaventare da questo cattivo virus e di ripopolare le piazze e i locali delle loro città, diventate surreali come fossimo in un film di fantascienza (a me personalmente fa pensare a “La morte a Venezia” di Thomas Mann, da cui Luchino Visconti trasse un capolavoro).

Ma adesso l’Italia si deve fermare per necessità, cosa dovremmo quindi imparare da tutta questa situazione?  

Prima di tutto, dovremmo imparare a essere più responsabili e rispettare i comportamenti che il governo ci chiede di adottare per contenere il virus e tornare al più presto alla normalità. Non abbiamo solo dei diritti, come cittadini abbiamo anche dei doveri da rispettare. Non siamo abituati all’isolamento, siamo un popolo molto socievole e rinchiuderci in casa limitando i rapporti interpersonali ci spaventa, ma occorre mettere in atto tutte le necessarie misure senza farsi prendere dal panico.

Inoltre, dovremmo cercare di metterci nei panni di chi è più a rischio, le persone decedute potevano essere i nostri nonni e nonne, o i nostri parenti. Nonostante fossero già malati o anziani, non avevano forse diritto a morire con dignità? Eppure, non si parla di loro che come numeri, senza pensare alle loro famiglie che avrebbero voluto restare al loro capezzale negli ultimi momenti di vita.

Dobbiamo renderci anche conto dell’importanza del sistema sanitario e del personale medico e infermieristico, che in queste settimane lavora senza sosta in prima linea per permetterci di restare al sicuro nelle nostre case e dovremmo esserne grati in eterno, sono queste persone i veri eroi di questa emergenza. Spero che una volta passato tutto si prendano dei provvedimenti per rafforzare il sistema sanitario pubblico.

Infine, pensiamo un attimo alla scena delle persone che scappano dalle stazioni della Lombardia per rifugiarsi in zone più sicure. Non vi fa pensare a tutte quelle persone che scappano in massa dalle zone di guerra con i loro figli, che vengono respinti col motto: “Porti chiusi. Prima gli Italiani”? Gli italiani avevano paura di loro, e oggi, ironia della sorte, sono gli stessi italiani ad essere discriminati nel mondo, alla stregua degli untori del Seicento.

Oggi stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti molto interessanti, per esempio nel mondo dell’istruzione. A causa della chiusura di scuole e università ci si sta attrezzando con l’e-learning attraverso corsi online e app. C’è voluto il Coronavirus per obbligare le università a rinnovarsi per stare finalmente al passo coi tempi! Spero solo che una volta usciti da questa emergenza non si torni indietro alle obsolete lezioni frontali senza il supporto di mezzi innovativi, perché non tutti hanno la possibilità di frequentare le lezioni, pensiamo per esempio a chi ha difficoltà fisiche a muoversi o a chi è obbligato a lavorare per pagarsi gli studi.

In conclusione, questa situazione di stand-by dovrebbe farci molto riflettere. Dovremmo anche imparare a reinventarci approfittando del tempo a disposizione per fare tutto quello che abbiamo sempre rimandato: leggiamo di più, scriviamo, incolliamo i pezzi del piatto decorativo che ci era stato regalato ma che sfortunatamente si è rotto, giochiamo con i figli e ascoltiamoli di più, ma soprattutto ascoltiamo di più noi stessi e i nostri bisogni, perché molto spesso siamo i primi di cui non ci prendiamo cura.

L’Italia, insomma, deve rimettere insieme i cocci per essere più unita che mai, una sorta di kintsugi, l’arte giapponese che ripara i vasi rotti con metalli preziosi, come metafora di resilienza per affrontare e superare questo periodo difficile. Dobbiamo quindi capire che solo rispettando i nostri doveri e collaborando, da nord a sud, ci riprenderemo da questa spiacevole situazione.

Questo giorno morì Sankara e con lui la felicità

Ottobre è l’anniversario della morte di alcuni eroi della storia che non possiamo assolutamente dimenticare, simboli della resistenza e della lotta contro le ingiustizie, uccisi a distanza di vent’anni l’uno dall’altro. Il 9 ottobre 1967 fu ucciso in Bolivia Che Guevara, il rivoluzionario argentino che credeva nella libertà dell’America Latina. Il 15 ottobre 1987 invece veniva assassinato Thomas Isidore Noël Sankara, il giovanissimo presidente burkinabé che portava sulle spalle il peso di tutta l’Africa contro le potenze e le multinazionali occidentali che sfruttavano, e continuano a farlo, le enormi risorse del continente. Quel giorno svanì ogni promessa di riscatto per l’Africa e insieme ad esso la felicità.

In ricordo di questo grande uomo ho deciso di scrivere questo articolo, basandomi soprattutto sul reportage che ha cambiato le sorti del Burkina Faso accendendo la miccia della protesta pacifica contro un dittatore in carica da più di venti anni, “E quel giorno uccisero la felicità“, girato dal giornalista italiano Silvestro Montanaro per Rai Tre, che ho avuto il piacere di incontrare qualche giorno fa all’evento “Qui, là… Noi umanità oltre i confini”, organizzato dal Centro Servizi Volontariato di Modena per discutere di migrazioni e tratta di esseri umani. Nonostante cercasse di mascherarlo con battute e un’espressione solare, ho visto negli occhi di Silvestro tanta sofferenza e la ricerca spasmodica di una verità che spesso e volentieri viene infangata dai potenti e che i veri giornalisti lottano per mostrare al mondo.

Thomas Sankara era diventato presidente a trentaquattro anni, all’epoca il più giovane presidente del mondo. Era un modello per i più deboli, gli sfruttati, gli ultimi dell’Africa e del mondo, non riconosciuti formalmente, per i quali la comunità internazionale non fa abbastanza e quando lo fa, lo fa decisamente male.

Credeva nel cambiamento del paese più povero del mondo, il Burkina Faso, arrivando a promettere ciascuno due pasti e dieci litri d’acqua al giorno. In quattro anni riuscì a raggiungere questo obiettivo e ad aumentare le esportazioni del paese. Cambiò anche il nome del paese, da Alto Volta (retaggio del colonialismo francese) in Burkina Faso, che in burkinabé significa “patria degli uomini integri”. Aveva posto la felicità come base della politica, che aveva senso solo se rendeva tutti felici.

Diceva tutto quello che pensava, fino ad arrivare ad attaccare pubblicamente le grandi potenze mondiali ed esortare gli altri paesi africani ad unirsi nella sua battaglia per liberare l’Africa, una posizione che gli vantò l’inimicizia di alcune potenze occidentali, un funesto destino che aveva in comune con Che Guevara, che prima di lui si era battuto per liberare l’America Latina dal giogo del capitalismo.

Il 4 ottobre 1984 davanti all’Assemblea Generale dell’Onu si era presentato come portavoce del suo popolo e di tutti i popoli del “Terzo Mondo”, termine che secondo lui era stato inventato dai colonizzatori subito dopo l’indipendenza di questi paesi per assicurarsi la loro alienazione intellettuale, culturale, economica e politica.  << Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti sé stesso e farsi carico della propria storia – dichiarava Sankara – oggi vi porto i saluti fraterni di un paese di duecento settantaquattro mila chilometri quadrati, in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete, non riuscendo più a vivere una vita degna di essere vissuta >>.

Sankara!

Sankara sosteneva che gli africani non avrebbero dovuto ripagare il debito che i loro governanti avevano stipulato con le potenze ex-colonizzatrici trasformatisi in assistenti tecnici, perché essi non ne avevano né le possibilità economiche per farlo né le responsabilità. Parlava del debito dei paesi poveri come di una nuova forma di colonialismo, che ha condannato questi popoli ad indebitarsi per più di 50 anni e da cui oggi non riescono più a risollevarsi per diventare economicamente indipendenti. All’assemblea dell’Organizzazione dell’Unione Africana, tenutasi ad Addis Abeba in luglio 1987 per discutere del debito pubblico, affermò: << Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, io non sarò qui alla prossima conferenza >>, la platea scoppiò a ridere davanti a questo discorso, in seguito rivelatosi predittore perché due mesi dopo fu ucciso a sangue freddo, ma al popolo fu raccontata la favola di una morte naturale.

<< Dobbiamo accettare di vivere africano. È il solo modo di vivere liberi e degni >>.

Il giorno stesso della sua morte andò al potere Blaise Compaoré, il suo migliore amico, che dal reportage di Silvestro Montanaro si rivelò essere uno degli assassini di Sankara, confermato da alcuni testimoni coinvolti in questo complotto internazionale.

Sankara sapeva che poteva essere ucciso, ma pensava che se ciò fosse accaduto migliaia di nuovi Sankara sarebbero arrivati grazie ai germogli che erano nati nel paese, perché le idee e i sogni non si possono uccidere.

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In Burkina Faso per decenni si è assistito al furto della memoria e della giustizia, la tomba di Sankara per anni è stata oltraggiata finché al potere era presente Compaoré. Oggi più che mai è importante ricordare il passato per sconfiggere le ingiustizie e piantare i semi della felicità nel mondo.

<< Se in quel tempo i paesi africani, ricchi di materie preziose, si fossero uniti alla causa di Sankara – sostiene Silvestro –, forse oggi la situazione sarebbe diversa e le rotte migratorie sarebbero inverse >>.

Se i paesi africani non prenderanno ad esempio il modello Sankara, ribellandosi al moderno colonialismo occidentale e a quello più recente e inaspettato cinese, l’Africa sarà sempre alla mercé di queste potenze economiche e politiche che non accettano di perdere i privilegi acquisiti durante la colonizzazione e post-colonizzazione. Se non si uniranno contro quei dittatori asserviti alle multinazionali e ai governi centrali, che ricevono fondi internazionali da investire nel loro paese ma non lo fanno, allora ogni volta che nascerà una personalità abbastanza forte e carismatica da sfidarli come Sankara e il Che, diventerà il nemico di turno da far fuori attraverso intrighi e subdoli giochi di potere.

L’Africa deve diventare indipendente e non può più limitarsi ad aspettare gli aiuti umanitari; perciò i popoli africani, e in generale tutti quelli oppressi, devono diventare coscienti della loro storia, delle loro ricchezze e del loro potenziale economico. L’Africa è il continente più ricco al mondo di materie preziose, con un potenziale mercato economico enorme se lo guardiamo nel suo complesso, eppure da secoli è il territorio più povero del mondo.

Il 15 ottobre 1987 moriva la felicità in Africa, e forse nel mondo intero.

 

Saida Hamouyehy

Radici incontra il Papa nella Giornata Mondiale del Rifugiato

 

Mercoledì 20 giugno 2018 era la Giornata Mondiale del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul dramma di milioni di persone, costrette a lasciare la propria terra per scappare da guerre e povertà. In quest’occasione una delegazione composta dai protagonisti del programma televisivo di RaiTre Radici, l’altra faccia dell’immigrazione, insieme al conduttore Davide Demichelis e allo staff, è stata accolta da Papa Francesco a Roma per celebrare insieme l’importanza di questa giornata durante l’angelus di mercoledì. La delegazione di Radici è composta da migranti originari di varie parti del mondo, tutti hanno avuto una storia migratoria particolare degna di essere raccontata e chi meglio di loro può capire le peripezie dei migranti e rappresentarli dinanzi al Papa?

All’evento ha partecipato anche Kaoutar Badrane, iscritta all’Ordine degli avvocati di Vicenza, protagonista della puntata di Radici di venerdì 3 novembre 2017 sul Marocco. Promotrice e sostenitrice di un’immigrazione meritocratica, è anche Presidente del Centro Giuridico Interculturale ed è impegnata in varie iniziative nazionali e internazionali per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui diritti delle donne e dei minori. In presenza del Papa Kaoutar ha rappresentato, in virtù della sua doppia identità, sia il suo paese d’origine attraverso l’abito tradizionale marocchino, il kaftan, sia il suo lato veneto, grazie al forte accento del nord di cui va molto fiera. Si sente infatti veneto-marocchina perché ha preso gli elementi positivi da ciascuna delle due culture, come è risultato nella puntata di Radici che ha ripercorso la sua vita in Italia e in Marocco. Era la prima volta che qualcuno si presentava con questo indumento nella Città del Vaticano e ciò ha destato molta curiosità tra i presenti.

Dalla prima fila dei fedeli la delegazione di Radici ha potuto sentire da vicino le parole di Papa Francesco, che ha ribadito l’importanza di accogliere e proteggere i migranti e i rifugiati, perché in essi il fedele può vedere Gesù. “La dignità della persona non dipende dal suo essere cittadino, migrante o rifugiato. Salvare la vita di chi scappa dalla guerra e dalla miseria è un atto di umanità”, ha twittato il Papa in occasione di questa giornata.

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Figura 1: Il Papa insieme ai protagonisti di Radici, l’altra faccia dell’immigrazione.

L’incontro ha avuto una forte carica emozionale per i presenti, grazie anche al messaggio di amore e di pace mandato dal Papa, un messaggio in comune con l’islam, una parola che racchiude nella radice semantica il significato di pace, salam, a differenza di quanto alcuni vogliono far credere all’opinione pubblica.

La traduzione simultanea in arabo ha permesso di avvicinare e includere nell’omelia anche chi non parla l’italiano. “Ho sentito un’incredibile sensazione. Il Papa parla a tutti e ispira unità”, ha detto Kaoutar Badrane, felice di aver vissuto una simile esperienza insieme a sua figlia di sette anni e a tutti i protagonisti di Radici.

“Il Papa rappresenta non solo la fede cristiana, ma è simbolico anche per noi musulmani, quindi ero molto onorata” – racconta Kaoutar, ancora emozionata; – durante l’incontro, mi è venuto in mente quando Papa Giovanni Paolo II è venuto per la prima volta in Marocco nel 1985 per incontrare il defunto re Hassan II a Casablanca”.

L’avvocatessa veneto-marocchina ricorda, infatti, quando da piccolina Papa Giovanni Paolo II era andato in Marocco e, appena sceso dall’aereo, si era inginocchiato e aveva baciato la terra marocchina, come era solito fare in segno di rispetto verso l’autorità e la popolazione. A Città del Vaticano Kaoutar ha sentito la stessa forte emozione di quel momento storico che ha riunito il rappresentante dei cristiani e il re del Marocco 33 anni fa a Casablanca, gettando un ponte tra il mondo islamico e quello cristiano.

Tra il regno del Marocco e la Chiesa Cattolica ci sono sempre stati buoni rapporti di dialogo e rispetto, testimoniati dagli scambi epistolari intrattenuti da re Hassan II con Giovanni Paolo II e la visita di quest’ultimo a Casablanca nell’agosto del 1985.

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Figura 2: Papa Giovanni Paolo II con il defunto re Hassan II a Casablanca, 1985.

E dopo 33 anni dall’ultima visita in cui un papa ha toccato terra marocchina, Papa Francesco sarebbe atteso nei prossimi mesi per una visita episcopale in Marocco, secondo fonti del sito d’informazione locale Turi Web. Questa volta, però, ad accogliere il pontefice sarà Mohamed VI, l’attuale re e rappresentante spirituale del Marocco, che lo aveva invitato nel 2013 subito dopo la sua nomina in Vaticano.

Infine, dopo l’angelus e l’incontro col pontefice, non poteva mancare il momento conviviale col thè marocchino, preparato dall’avvocatessa Kaoutar ai protagonisti e allo staff di Radici, perché per la cultura marocchina il rituale del thè alla menta è un momento fondamentale nello scambio interculturale e come segno di ospitalità.

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Figura 3: Davide Demichelis, conduttore di Radici, alle prese col thè marocchino.

 

Saida Hamouyehy

I giovani musulmani ai dialoghi con le istituzioni italiane

A Milano e Napoli per far sentire la propria voce

A Milano e a Napoli si sono svolti, rispettivamente il 12 e il 18 dicembre i “Dialoghi pubblici con i giovani musulmani”, un progetto all’interno delle misure per l’integrazione dei cittadini di origine straniera e l’inclusione sociale dei figli dell’immigrazione in Italia, promosso dal Ministero dell’Interno, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, la Responsabile scientifica Prof.ssa Annalisa Frisina (Dip. FI.S.P.P.A. dell’Università di Padova), membro del Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano (istituito presso il Ministero dell’Interno e coordinato dal Prof. Paolo Naso), l’associazione SottoSopra e le cooperative Dedalus e Baolab. Per conto di Convergence, un’organizzazione no-profit che promuove il dialogo interculturale, alcune mie colleghe hanno partecipato all’appuntamento di Milano mentre io mi sono recata per la prima volta nella città della pizza per prendere parte ai dialoghi.

Durante le sessioni pomeridiane erano presenti figure istituzionali e di alto profilo accademico: a Milano hanno partecipato Enzo Pace, docente di Sociologia delle religioni a Padova, e Paolo Naso, professore di Scienza Politica alla Sapienza di Roma; a Napoli invece sono intervenuti, oltre al Prof. Naso, anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

A Milano presso il Museo della Scienza e a Napoli al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II hanno partecipato i ragazzi musulmani di origine straniera e italiani convertiti, provenienti da diverse parti d’Italia per discutere delle problematiche vissute dai giovani musulmani e proporre soluzioni attorno a quattro tavoli tematici:

scuola pubblica e libertà religiosa;

– attivismo civico a partire dalle città;

– contrasto della discriminazione;

– pratiche di solidarietà locali e globali.

Le discussioni erano moderate dai facilitatori, giovani attivi nella società e nelle realtà associative locali. Successivamente ogni tavolo ha eletto uno o due portavoce per riferire le soluzioni alle problematiche discusse durante i dialoghi: a Milano si sono rivolti ai Professori Pace e Naso, mentre a Napoli i ragazzi hanno avuto il piacere di esporre i punti principali davanti al Ministro Minniti.

Dai World cafè di Milano e Napoli sono uscite molte tematiche e soluzioni, simili tra loro, a testimoniare come le esigenze dei giovani musulmani siano le stesse in quasi tutta Italia. Sulla libertà religiosa a scuola è sorta la necessità di intervenire sulla formazione degli insegnanti attraverso laboratori per evitare commenti discriminatori verso alunni musulmani. Se ci mettiamo nei panni di un ragazzino che all’indomani di un attentato islamista sente i commenti sprezzanti del suo professore, e più volte ho sentito di ragazzini che hanno subìto questa cattiveria, capiremmo come questo atteggiamento sia deleterio per l’alunno. Occorre anche riformulare i libri di testo scolastici che spesso e volentieri attraverso pochi capitoli o addirittura solo qualche paragrafo danno un’immagine sbagliata dell’islam e dei musulmani. Si è presa in considerazione anche l’ora di religione, che dovrebbe essere più inclusiva attraverso un dialogo intra e inter-religioso, preferendo una storia delle religioni che possa formare dei cittadini informati sulle altre realtà. I giovani hanno chiesto anche permessi per le festività islamiche, mense più rispettose delle loro esigenze alimentari e luoghi di preghiera o del silenzio nelle università che siano aperti agli studenti di qualsiasi credo.

La mia collega Amina Nama, che ha partecipato a Milano per Convergence, ha riferito che dai tavoli sull’attivismo civico è emersa l’esigenza di una partecipazione attiva ad iniziative di ordine culturale e di scambio religioso per poter avvicinare l’Islam alla realtà in cui si vive, grazie anche all’utilizzo di canali “alternativi” quali i social media, il teatro, il cinema, l’arte e lo sport, mezzi efficaci perché facilmente fruibili per la maggior parte della popolazione. È importante essere considerati cittadini attivi piuttosto che musulmani, perché l’attivismo deve andare oltre l’appartenenza a una fede.

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Foto eseguita da Amina Nama nell’incantevole Sala Cenacolo del Museo della Scienza di Milano.

Per combattere le discriminazioni si è proposto di creare campagne di sensibilizzazione fisiche e virtuali, un monitoraggio attivo e costante dell’informazione e una contro-informazione sui social media da parte dello stato per evitare fenomeni di hate speech. Mentre si discuteva di discriminazioni a Napoli, lo stesso giorno arrivava la notizia dell’assoluzione di Belpietro per il titolo di Libero: “Bastardi islamici”, generando l’indignazione generale tra i ragazzi. Le istituzioni dal canto loro dovrebbero fare un passo verso le comunità, riconoscendole pubblicamente, come avviene in Canada dove il Primo Ministro Justin Trudeau, in occasione delle feste islamiche, manda gli auguri alla comunità di musulmani canadesi e questo gesto ha un forte impatto su tutta la società.

I giovani musulmani si sentono portatori di esperienze variegate da cui il paese può trarre beneficio e si mettono al servizio del territorio, ma in cambio vogliono il riconoscimento di ciò che sono e della loro fede.

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I ragazzi che hanno partecipato ai dialoghi di Napoli, foto di Rifat Aripen.

Dal canto suo Minniti ha risposto che l’iniziativa dei dialoghi si è resa necessaria perché le associazioni che rappresentano l’Islam italiano hanno firmato un patto importante con le istituzioni, un accordo che il Ministro considera il più importante del suo mandato: << Per anni – ha affermato – sono state promulgate leggi in materie religiose per favorire il dialogo inter-religioso, ma spesso si rischia di ottenere l’effetto opposto >>. Il “Patto nazionale per l’Islam italiano” verte su importanti questioni, come i luoghi di culto islamico, gli imam formati in Italia e i sermoni in lingua italiana e rappresenta un rapporto di “fiducia” con lo Stato. Un paese che si occupa di questi temi può affrontare efficacemente anche le questioni securitarie, perché secondo il Ministro integrazione e sicurezza sarebbero legate tra loro.

<< Questo evento è un primo passo importante e non ordinario perché non succede spesso che un ministro dell’Interno discuta personalmente con ragazzi di fede islamica – ha aggiunto –, questo non succede nemmeno nei paesi a maggioranza islamica >>.

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Ministro Minniti al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli.

A Napoli noi giovani musulmani abbiamo fatto sentire la nostra voce direttamente al Ministro e alla stampa, con la speranza che essa venga davvero presa in considerazione dalle istituzioni. Ci auspichiamo che questi World cafè siano i primi di una lunga serie di giornate di dialogo con le istituzioni per dare vita a un Islam italiano.

La mia avventura a Napoli è stata incredibile, perché mi sono messa alla prova imparando cose nuove e superando alcuni miei limiti, e mi porto dietro nuove amicizie con ragazzi attivi nella e per la società, che rappresentano il futuro dell’Italia. Napoli è una città fantastica, durante il mio soggiorno ho avuto la sensazione di passeggiare per le stradine e i mercatini di Casablanca, sentendomi anche un po’ a casa.

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Hareth Amer, uno dei portavoce dei tavoli di Napoli.
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Il lungomare di Napoli.

Alla ricerca di salvezza, nel silenzio del mare.

“Tutto avrebbe immaginato ma non lasciare il suo paese, portandosi solo uno zainetto, come una criminale”, racconta la giornalista e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan nel suo nuovo romanzo “Il silenzio del mare”, edito da Castelvecchi, presentato a Bologna il 12 dicembre nell’evento organizzato da Amnesty International Unibo e da La Macchina Sognante. Le peripezie di due fratelli siriani, Fady e Ryma, che devono lasciare il paese perché minacciati dal regime, si intrecciano a tematiche spirituali, legate all’empatia e alla solidarietà, nella cornice di una primavera araba scoppiata in Siria nel 2011 e successivamente trasformatasi in una sanguinosa guerra civile e non solo.

Il pomeriggio letterario con Asmae ha visto intrecciarsi spunti storici sull’inizio della crisi siriana, letture di punti cruciali del romanzo e video messi a disposizione da Amnesty Unibo sulla condizione delle carceri in Siria, le deportazioni di civili dalla città di Aleppo verso campi profughi sgangherati, oltre ad agghiaccianti immagini dei quartieri bombardati di Homs girate da un drone, che scaturiscono una certa angoscia nello spettatore.

La crisi siriana non è cominciata nel 2011: con una sola famiglia, al-Assad, che detiene il potere già dalla fine degli anni ’60, era prevedibile che il popolo, privato dello stato di diritto e del pluralismo che ogni democrazia necessita, si sollevasse contro quel medico, Bashar, che aveva studiato a Londra e su cui la popolazione aveva riposto ogni speranza di cambiamento sociale. Ma invano, perché il figlio si è rivelato essere come il padre Hafiz e anche peggio, dopo i crimini perpetuati contro i civili che doveva rappresentare.

Un cortometraggio d’animazione concesso da Amnesty Unibo ripercorre le vicende di un ragazzo siriano in una prigione, condannato all’impiccagione per una parola di troppo contro il regime. Si tratta del temutissimo carcere di Saydnaya, a nord di Damasco, dove circa 17mila siriani sono stati condannati a morte; la maggior parte dei suoi detenuti sono giovani, che raramente ne escono, se non hanno una famiglia ricca che possa corrompere i poteri forti.

Una tragedia, quella di un popolo, che l’Onu ha definito come la “peggiore crisi umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale”, si intreccia con il viaggio alla ricerca di salvezza dei due giovani fratelli. Non è una fuga per codardia: erano siriani coloro che manifestavano pacificamente, come lo erano anche i ragazzi che imbracciavano le armi per il regime. Molti hanno preferito l’esilio per evitare di combattere contro i fratelli e per dare un futuro ai propri figli, col rischio però di non potere più tornare nelle città d’origine, che oggi si stanno ridisegnando etnicamente e demograficamente.

Il mare diventa protagonista nelle pagine di questo romanzo, in cui il silenzio è metafora dell’indifferenza, indifferenza verso i malati e gli sfollati. Coloro che decidono di attraversare il mare sono persone disperate, che vendono tutto ciò che possiedono per potersi pagare ogni singola tratta, dalla Siria all’Egitto, poi da qui alla Libia e infine verso l’Italia, porta d’ingresso per l’Europa. E come spesso succede il mare si prende molti di questi viaggiatori disperati. Nel romanzo Fady, partito con la sorella, arriverà sulle coste italiane da solo e dovrà imparare a vivere senza Ryma, inglobata tragicamente dal silenzio.

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Asmae Dachan durante la presentazione del suo  romanzo “Il silenzio del mare”.

Asmae Dachan, giornalista professionista freelance, scrittrice e poetessa, scrive per Panorama, Il Fatto Quotidiano, Antimafia 2000 e Tellus Folio. Nel 2016 ha ricevuto il premio della giuria al Concorso “Giornalisti del Mediterraneo” per il reportage “Io, nella tana degli uomini bomba”, che ha realizzato a Molenbeek dopo gli attentati di Bruxelles. Nel 2015 l’Ordine dei Giornalisti delle Marche le ha assegnato il premio “A passo di notizia” per i suoi reportage in Siria.

Grazie al suo innato talento, Asmae riesce a dare voce a quei siriani che nel paese d’origine l’hanno persa da molto tempo, schiacciati da giochi di potere tra i tanti fronti che si sono formati negli anni con la presenza di alcune potenze mondiali e di gruppi terroristici che perseguono interessi economici e politici. Gli unici a rimetterci in questo putiferio sono i cittadini, che hanno perso tutto, beni materiali, affetti, diritti e libertà fondamentali dell’essere umano, nell’indifferenza generale della comunità internazionale.

Saida Hamouyehy

Le opportunità di business in Marocco

Il continente africano rappresenta il futuro per gli investimenti europei e di questo si è discusso il 17 e 18 ottobre 2017 durante l’Italia Africa Business Week (IABW) a Roma, con networking e conferenze per favorire l’incontro tra le due sponde del Mediterraneo.

Nell’evento sono intervenuti tanti relatori esperti di economia e diritto internazionale, rappresentanti dell’Italia e di molti paesi dell’Africa: tra loro l’Avv.ssa Kaoutar Badrane, esperta di diritto internazionale e Presidente di Agami Dialogo Giuridico Interculturale; Félix Moloua, Ministro dell’Economia, della Pianificazione e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Centrafricana; Mario Giro, Vice-Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Christian Adovelande, Presidente Banca di Sviluppo dell’Africa Occidentale (BOAD); Licia Mattioli, Vice-Presidente di Confindustria per l’Internazionalizzazione; Amani Abou-Zeid, Commissario per le Infrastrutture e l’Energia dell’Unione Africana; Nomatemba Tambo, Ambasciatrice Sud Africa; Roberto Vigotti, Segretario Generale RES4MED e RES4Africa; Eric Yao, Vice-Presidente Ordine degli architetti del Burkina Faso; e tantissimi altri illustri ospiti.

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Foto: Roberto Antonelli

Primo evento di questo genere, in esso si è discusso delle varie opportunità economiche e di partnership tra le aziende italiane e quelle africane e le strategie per lo sviluppo in Africa. << Il Marocco risulta essere per l’Italia e per l’Europa un punto strategico nella regione mediterranea per tre motivi principali – ha affermato l’avv.ssa Kaoutar Badrane, –ossia la vicinanza geografica con l’Italia, la stabilità politica della monarchia e la previsione di crescita economica che lo porta ad essere “la porta di accesso all’Africa >>.

Il paese gode della fiducia di organismi internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, oltre alla Banca Africana degli Investimenti, con cui il Marocco ha rafforzato i rapporti grazie anche al suo ritorno nell’Unione Africana dopo 33 anni. Il Marocco svolge un ruolo centrale in Africa, sia per la presenza di banche nazionali nei paesi sub-sahariani, in particolare BMCE, Banque Centrale Populaire, Attijariwafa Bank, ma anche per gli investimenti diretti di aziende di telecomunicazione (Maroc Télécom), minerarie (Managem) e dei trasporti aerei (Royal Air Maroc) e per gli accordi bilaterali cooperazione tra il paese e altri Stati africani.

L’Italia è il terzo partner commerciale del Marocco, dove sono presenti oltre 130 imprese italiane. Questo è dovuto soprattutto ai piani di sviluppo avviati dal governo marocchino negli ultimi 10 anni nel settore dei servizi e dell’industria. Questi piani prevedono diversi programmi: la costruzione di infrastrutture da realizzare nei prossimi vent’anni in ambito stradale, ferroviario, portuale ed aeroportuale; il “Plan Maroc Vert”, che vuole migliorare il sistema d’irrigazione per le piccole aziende agricole e permettere l’accesso alle tecniche agricole più innovative; la promozione di energie rinnovabili. Entro il 2030 il Marocco dovrebbe produrre il 52 % del proprio fabbisogno elettrico da fonti rinnovabili, come l’energia solare grazie al progetto NOOR vicino alla città di Ouarzazate, una centrale solare termodinamica tra le più grandi al mondo, e l’energia eolica prodotta nel Sud del paese, in particolare nel Sahara occidentale.

A livello mondiale il Marocco è al primo posto nell’esportazione di olio di argan, capperi e fagiolini, ed è al terzo posto per quanto riguarda l’olio d’oliva. Importante anche l’esportazione di sardine, l’estrazione e trasformazione di fosfati e il settore automobilistico.

L’avvocatessa Badrane, esperta di diritto internazionale, ha analizzato l’aspetto normativo che riguarda il grado di tutela degli investitori stranieri in Marocco. Il principale strumento è l’Accordo di cooperazione tra l’Unione Europea e il Regno del Marocco, entrato in vigore nel 2000. Esso ha dato avvio agli accordi di associazione per la partnership Euro-Mediterranea, per creare un’area di libero commercio tra i paesi dell’Unione Europea e alcune aree del Mediterraneo. Oggi vige il libero scambio tra l’Italia ed il Marocco con lo smantellamento di tariffe e diritti doganali per i prodotti Made in Italy.

Altri importanti accordi sono la Carta degli Investimenti, che attribuisce alcune agevolazioni fiscali e finanziarie nel quadro delle Agevolazioni doganali, e il Trattato bilaterale sulla protezione degli Investimenti firmato nel 2000 dalla Repubblica Italiana e dal Regno del Marocco. Questo trattato permette di convenire in giudizio lo Stato qualora abbia violato le disposizioni adottando misure discriminatorie nei confronti di investitori stranieri di fronte a un Tribunale nazionale competente o alla Corte arbitrale.

Questa prima conferenza dell’Italia Africa Business Week è servita a creare un collegamento stabile tra le due sponde del Mediterraneo attraverso un Forum di conoscenza economica e commerciale tra il mondo africano e quello italiano, per migliorare le relazioni e le reti, ma anche crescere insieme in modalità win-win.

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Foto: Roberto Antonelli

In quest’ottica lo Studio Legale Badrane, nato alla fine del 2012, si occupa di dare alle aziende ed agli investitori italiani consulenza ed assistenza giuridica e fiscale in ambito commerciale, in particolare di diritto marocchino.

Saida Hamouyehy

Veneto-marocchina si racconta a Radici

Prima donna marocchina a esercitare l’avvocatura in Italia, Kaoutar Badrane, è stata la protagonista della puntata di Radici di venerdì 3 novembre su Rai3. Avvocatessa veneta di origine marocchina, ha raccontato la sua vita tra due mondi e culture diversi, che però fanno parte di lei.

Nata in Marocco e cresciuta in Veneto da quando suo padre decise trent’anni fa di emigrare in Italia, si sente sia marocchina che veneta e non può cancellare nessuna di queste due identità. “Mio padre mi disse: «Parto per l’Italia»” – racconta Kaoutar a Davide Demichelis, autore del servizio –, “È Stata dura, ma ha fatto la scelta giusta per noi, per tutta la famiglia”. Da qualche anno però i suoi genitori e i suoi fratelli si sono trasferiti tutti a Bruxelles e lei è rimasta a Bassano del Grappa col marito italo-inglese e i tre figli. Qui si occupa di diritto familiare e di casi di separazione fra coppie miste, ma si interessa anche dei diritti delle donne nei paesi del Maghreb, e in particolare delle donne marocchine. A marzo 2017 ha organizzato un convegno internazionale sui diritti delle donne nei paesi del Mediterraneo, con relatori giuristi e avvocati provenienti da vari paesi.

Il documentario di Radici ripercorre i luoghi della vita di questa donna che ha saputo creare la sua identità tra la cultura d’origine e quella di adozione, passando per le viuzze di Casablanca, le montagne di Marrakech e la quotidianità di Bassano del Grappa. In questo viaggio alla scoperta di sé, seduta davanti alla grande moschea Hassan II di Casablanca, si racconta a Demichelis: “Ritengo che le mie radici siano dove sono cresciuta. Buona parte della mia vita l’ho vissuta da piccolina, anche se ho pochi ricordi, qui in Marocco. Le mie radici, però, sono soprattutto venete, e sono molto orgogliosa di queste radici perché ho potuto anche scegliere le cose belle della mia cultura di origine e le cose belle della mia cultura di adozione”. E poi aggiunge: “Guai a toccarmi il mio accento veneto!”.

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Kaoutar Badrane insieme al giornalista Davide Demichelis (fonte Radici)

Nel documentario non sono mancati alcuni casi affrontati dall’avvocato, come per esempio una pratica di divorzio risolta, grazie anche alla collaborazione con una sua collega di Casablanca, mediante un accordo che stabilisce che i figli della coppia possano vivere in Marocco e passare le vacanze in Italia per vedere il padre. In questo modo si è potuto prevenire una situazione spiacevole per i minori.

Diversamente è successo in un’altra situazione, molto delicata e complessa: il ritorno dei minori Hafner in Italia. I bambini erano stati portati in Marocco dalla madre senza il consenso del padre; l’avvocato Badrane ha seguito la pratica di rientro di questi minori accompagnando personalmente il signor Hafner presso le autorità giudiziarie marocchine all’ambasciata del Regno del Marocco a Roma e poi a Marrakech. Facendo parte di un’équipe di giuristi e rappresentanti delle istituzioni, tra le quali l’ambasciata italiana in Marocco e l’autorità centrale del governo marocchino, Kaoutar ha avuto un ruolo fondamentale nella fase di rientro dei due bambini in Italia, fungendo da collegamento tra le autorità italiane e quelle marocchine per una migliore cooperazione, senza dimenticare il contributo della sua associazione Agami Dialogo Giuridico Interculturale, ottenendo anche un riconoscimento ufficiale da parte dell’On. Angelino Alfano.

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Kaoutar insieme a due giudici dell’ambasciata marocchina a Roma

Una famiglia internazionale quella di Kaoutar, che spesso si riunisce in Italia o in Belgio e una volta l’anno ritorna in Marocco, alle origini. Un incredibile esempio di come sia possibile vivere due realtà e due culture diverse, ma assolutamente complementari tra loro.

Saida Hamouyehy

A Brescia il Convegno Internazionale sul radicalismo islamista

Nome in codice: Radicalizzato islamista. Ma cosa si cela sotto questa definizione entrata ormai da tempo nei vocabolari occidentali e non solo? Venerdì 3 novembre a Brescia si è svolto il Convegno Internazionale dal titolo I rischi del radicalismo islamista in Europa e nel Mediterraneo – profili, luoghi e sfide, organizzato dall’associazione Convergence con la collaborazione dell’Università degli Studi di Brescia, nella pittoresca Sala delle danze del Palazzo Martinengo Colleoni, costruito nel XVII secolo e oggi simbolo della giustizia.

La missione di Convergence, associazione senza scopo di lucro, laica e apartitica, è quella di far avvicinare e confrontare i punti di vista. Oltre all’approfondimento scientifico ed accademico del fenomeno del radicalismo, dall’ideologia alla sicurezza, un altro obiettivo del convegno era quello di confrontare gli approcci adottati dall’Italia e dal Marocco per fronteggiare questa piaga e trovare validi modelli da seguire.

Sul palco sono salite illustri personalità del mondo politico, accademico e istituzionale, sia italiane che marocchine, per discutere di varie tematiche (il programma in calce all’articolo).

I lavori sono cominciati con l’introduzione dell’organizzatore e presidente di Convergence Zouhair El Youbi: << L’Islamismo è oggi il peggiore nemico dell’Islam. Lo studio e la comprensione sono atti d’amore verso le nostre comunità e la società in cui viviamo >>, e così ha voluto dare qualcosa alla città che lo ha accolto a braccia aperte organizzando un seminario che affrontasse un tema così importante e delicato per la realtà multiculturale di Brescia. L’Ambasciatore del Marocco in Italia Hassan Abouyoub ha esortato la comunità a insegnare ai figli come rispettare l’altro ed evitare la ghettizzazione perché essa può essere fonte di radicalismo.

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L’Ambasciatore del Marocco Hassan Abouyoub

Durante i saluti sono intervenuti anche Maurizio Tira, Rettore dell’università degli Studi di Brescia, Emilio del Bono, Sindaco di Brescia, e Roberto Cammarata, Presidente della Fondazione ASM. Le moderatrici sono state Anna della Moretta, giornalista presso il Giornale di Brescia, e Veronica Lanzoni di Convergence. Presente tra il pubblico anche l’On. Alfredo Bazoli.

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Il Sindaco di Brescia Emilio del Bono

Il primo panel era incentrato sulle origini sociali e ideologiche dell’islamismo radicale: il prof. Roberto Mazzola, docente ordinario di diritto ecclesiastico e diritto interculturale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, ha spiegato che tra i fattori che portano al radicalismo vi sono la critica radicale sotto il profilo religioso, il bisogno di trovare la propria identità, il desiderio di cameratismo, e ciò che succede ai popoli nei paesi a maggioranza musulmana nel mondo porta i soggetti coinvolti a giustificare il terrorismo. << Difficile pensare di curarli perché ciò che cercano è proprio la radicalizzazione >>, ha affermato Mazzola. Sono persone chiuse in sé stesse, in lotta contro i genitori e le istituzioni. La soluzione più probabile secondo il professore sarebbe quella di dar voce alla generazione di musulmani che da tempo cerca di spezzare l’immagine monolitica delle comunità islamiche.

Altro professore di spicco, Paolo Branca, docente di lingua araba e ricercatore di islamistica alla Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha ricordato come in passato la società italiana sia stata colpita dal terrorismo politico, ma la storia non ha allievi. << La cura dell’Islam è nell’Islam stesso, come esperienza del vero, del divino e del sacro – ha affermato. – La religione deve essere esperienza intima che riappacifica con sé stessi >>. E poi ha aggiunto anche che nei paesi mediorientali non si produce nemmeno una pallottola, perché tutto l’arsenale viene comprato dall’Occidente, dalla Russia e dalla Cina: << L’Occidente aveva bisogno di un nemico forte, e l’Islam radicale è caduto in questa trappola >>, ha concluso Branca.

Durante il secondo panel incentrato sul rischio di radicalizzazione nelle carceri sono stati presentati i risultati di una ricerca nelle prigioni italiane condotta da Luisa Ravagnani e Carlo Alberto Romano, in collaborazione con l’Ufficio della Garante dei Detenuti del Comune di Brescia. Il dott. Romano, professore di criminologia all’Università di Brescia, ha confermato che il carcere e il web sono i maggiori luoghi di radicalizzazione e fungono da serbatoi a cui il terrorismo attinge per fare proseliti. Dai dati della ricerca è emerso che la gran parte dei detenuti intervistati non dichiara la propria fede islamica per non destare maggiori sospetti.

Questo tema è stato approfondito anche dal prof. Mohammed Khalid Rhazzali, docente di sociologia della religione e dottore di ricerca in sociologia dei processi interculturali e comunicativi all’Università degli Studi di Padova. Secondo Rhazzali per anni il legame tra religione e carceri non è stato preso molto in considerazione. Solo ultimamente questo tema sta assumendo un’importanza politica, ma le esigue ricerche che affrontano il contesto carcerario si concentrano prevalentemente sulle trasformazioni della società e non sugli individui. << Per lavorare sulla radicalizzazione – ha puntualizzato il docente, – servono l’assistenza religiosa e la mediazione culturale >>. Il Marocco ha una certa esperienza nel contrasto al terrorismo e adotta una linea di delegittimazione dei discorsi estremisti, quali possono essere quelli salafiti.

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Da sinistra, Anna della Moretta, Paolo Branca, Mohammed Khalid Rhazzali, Veronica Lanzoni

Nell’ultima sezione del convegno è stato approfondito il tema delle politiche di sicurezza in Europa e nel Mediterraneo. A intervenire è stato il professor El Moussaoui El Ajlaoui, membro del Centro di Studi per l’Africa e il Medioriente all’Università Mohammed V Agdal in Marocco. Il docente ha parlato della necessità di una diagnosi dei contesti, perché i fattori che portano al radicalismo non sono sempre gli stessi, ma esiste un’unica equazione. Un esempio è quello del Medioriente, dove troviamo cause etniche e culturali, conflitti regionali e interstatali. Questi fattori sommati tra loro possono spingere all’estremismo i soggetti che diventano facili prede di reclutatori senza scrupoli. Molte politiche e istituzioni si focalizzano solo sugli individui che cadono in questa trappola piuttosto che sui fattori e le organizzazioni criminali, adottando un approccio esclusivamente securitario. Serve la cooperazione tra i vari Stati coinvolti ma purtroppo esistono differenze a livello interstatale e disfunzioni interne a ogni Stato riguardo alla sicurezza. Il Mediterraneo riflette gli scontri in Oriente, nell’area sub-sahariana e in Libia, cosicché l’Europa ne è sempre influenzata. Poiché manca una visione unitaria, gli Stati europei hanno lasciato che l’Italia affrontasse da sola il problema migratorio alle sue frontiere, ma serve cooperazione interstatale. << In Marocco abbiamo lavorato a livello del Sub-Sahara e del Nord Africa con un approccio verticale che riguarda tutti gli Stati coinvolti per indagare le cause che portano all’estremismo – ha aggiunto il prof. El Ajlaoui. – Vorrei proporre quindi un modello di cooperazione tra Marocco, Portogallo, Spagna, Francia e Belgio per quanto riguarda il Nord Africa; invece per l’Africa esiste già una cooperazione con molti Stati sub-sahariani >>. Secondo il relatore, per affrontare l’estremismo è necessario avere una visione a lungo termine, in quanto contrastare il Califfato in Medioriente porterà i gruppi terroristici a riconfigurarsi in maniera nuova. È fondamentale quindi la cooperazione internazionale in termini di accordi bilaterali.

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Il Presidente di Convergence Zouhair El Youbi insieme a El Moussaoui El Ajlaoui

Molte sono le riflessioni sorte da questo convegno internazionale, il primo di questo calibro che ha cercato di fare un confronto tra le realtà locali del Mediterraneo, concentrandosi in particolar modo sul paese in cui viviamo, perché l’esigenza di conoscere e debellare il terrorismo dalle nostre comunità è fondamentale per preservare le generazioni future. << Lo Stato italiano si occupa solo dei sintomi e non delle cause >>, ha concluso la giornalista Anna della Moretta.

L’evento è stato sponsorizzato dall’Università degli Studi di Brescia, dal Comune di Brescia, dall’Accademia Cattolica di Brescia, dall’Ambasciata del Regno del Marocco in Italia, dalla Fondazione ASM, da FIDR (Forum Internazionale Democrazia e Religioni) e dal Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Brescia.

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Lo Staff Convergence insieme all’Ambasciatore del Marocco

Saida Hamouyehy

Programma del seminario:

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Interviste ai relatori del seminario:

 

Abbracciamo il futuro, a Istanbul.

“La giovinezza come età del dispiegarsi delle possibilità future, età dell’irresponsabilità sociale e quindi degli ideali” (Pierre Bourdieu).

Il 7 e 8 ottobre a Istanbul si è svolto il meeting internazionale Embracing the Future, quarta conferenza annuale organizzata da Al Sharq Youth Forum, un’associazione fondata per i giovani affinché possano sviluppare le loro potenzialità e formarsi come futuri leader. Durante l’evento, che si è svolto all’Hilton Istanbul Bosphorus, non lontano da piazza Taksim e a pochi passi dallo stretto del Bosforo, si sono riunite le sezioni del forum presenti in varie parti del mondo.

Fondata nel 2012 da Wadah Khanfar, in precedenza direttore generale di Al Jazeera Media Network, che dopo le primavere arabe ha deciso di creare un’associazione che potesse incanalare le energie dei giovani, indirizzarli verso progetti fruttuosi e formare i leader del futuro, essa è apartitica e non persegue ideologie particolari o settarie.

Dopo il discorso di apertura del presidente Wadah Khanfar, sul palco sono saliti numerosi personaggi facenti parte della scena politica internazionale, del campo del giornalismo, dell’economia, delle scienze e tecnologie, come Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan; Vít Jedlička, fondatore e presidente di Liberland, una micro-nazione tra Croazia e Serbia; Faisal Dawjee, giornalista sudafricano; Ott Vatter, produttore e imprenditore estone; Muhammad Bayazid, regista siriano che si è occupato delle torture nelle carceri siriane (è stato accoltellato a Istanbul il 10 ottobre, ma fortunatamente si è ripreso); da Milano invece è arrivata la consigliera comunale Sumaya Abdel Qader. Alla cerimonia di chiusura il cantante e musicista libanese Marcel Khalifa ci ha deliziati con le sue note delicate e la sua voce suadente, accompagnato dal piano, magistralmente suonato dal figlio, e da un’orchestra molto competente.

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Wadah Khanfar, presidente di Al Sharq Forum.

Al Sharq Youth Forum, formato da 10 mila membri a livello mondiale, è un network indipendente e internazionale di giovani appassionati, attivi in diversi campi tematici, come la politica, l’economia, le scienze, la tecnologia e le telecomunicazioni, con una visione comune: costruire un futuro stabile e prospero con l’adozione di valori universali. La missione del forum è la creazione di strategie a lungo termine che possano assicurare lo sviluppo politico, la giustizia sociale e la prosperità economica dei popoli del Medioriente.

Inizialmente si era pensato di utilizzare l’appellativo Mashreq, che indica la regione del Medioriente in cui si parla la lingua araba, ma i popoli del Nord Africa non erano rappresentati da questa definizione, così si è optato per Al Sharq. << La regione del Sharq – afferma Wadah Khanfar, – è stata un mosaico di culture, religioni ed etnie. Questa diversità deve continuare per essere il più importante pilastro nella costruzione di un futuro stabile e prospero per la regione >>. Al Sharq Forum racchiude al suo interno quattro principali etnie: araba, turca, curda e persiana, ma esso è aperto a tutti i popoli del mondo. Troviamo infatti sezioni anche in Marocco, Mauritania, Tunisia, Italia, Spagna, Belgio, Malesia e tanti altri paesi del mondo.

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Al Sharq Forum è formato da tre entità interconnesse: il forum strategico dei grandi che prevede un think tank, Al Sharq Youth Forum, dedicato ai giovani, e Al Sharq accademico. La missione del think tank è quella di intraprendere ricerche imparziali e sviluppare strategie a lungo termine utili per il progresso del Medioriente, ma anche informare gli internauti su temi attuali, come per esempio la sicurezza in determinate aree del mondo.

I principi cardine di Al Sharq Youth Forum sono otto: il futuro auspicabile, i valori di una missione universale, l’esaminazione meticolosa della storia, la negoziazione e il dialogo, il pluralismo come necessità sociale, la prosperità umana, l’auto-determinazione dei popoli e delle nazioni, le scienze e la conoscenza come pilastri del futuro.

La sezione italiana, Hub Italy, di cui ho l’onore di far parte, è nata a settembre 2017 a Brescia; a ottobre, insieme al nostro coordinatore Zouhair El Youbi, abbiamo partecipato al meeting internazionale di Istanbul. Durante l’evento svoltosi all’Hilton abbiamo conosciuto i membri delle altre sezioni mondiali e gli ospiti che sono intervenuti nelle conferenze. È stata un’esperienza unica nel suo genere, importante per il percorso che abbiamo intrapreso come prima sezione di Al Sharq Youth Forum in Italia, ma non solo, perché Istanbul si è rivelata una città favolosa e magica, sia di giorno che la sera: un crogiolo di lingue, culture, etnie diverse che convivono in un connubio spettacolare ed esemplare.

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Zouhair El Youbi, presidente di Convergence e coordinatore Hub Italy.

Il coordinatore, bresciano di origine marocchina, è fondatore e presidente di Convergence, associazione che promuove il dialogo e la condivisione interculturale, attiva nella realtà bresciana con corsi di formazione per i giovani e conferenze che trattano tematiche di attualità. El Youbi, grazie alla fiducia che si è guadagnato in molti anni di associazionismo e formazione dei giovani, è riuscito a creare un gruppo eterogeneo di ragazzi volenterosi e ambiziosi, di diverse origini ma cresciuti in Italia, tutti desiderosi di crescere come persone e apportare un prezioso contributo alla società italiana e, perché no, anche a quella di origine.

L’agenda dell’Hub Italy prevede interessanti eventi aperti al pubblico a Brescia, Milano e altre città italiane che varrà la pena non perdere, oltre a corsi di formazione, perché noi giovani siamo il futuro dell’umanità.

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Saida Hamouyehy

 

Cronache da Istanbul

Nella mia vita ho visto tanti mendicanti, per le strade di Bologna, Agadir e persino Parigi. Sono ovunque e quasi ci si abitua, triste dirlo, ma è così, alla loro presenza. Ma quando si tratta di bambini rimango sempre allibita e scossa.

Vorrei raccontarvi questa storia. Qualche sera fa passeggiando per le strade di Istanbul una mia amica ed io abbiamo notato una bambina appoggiata a un albero sul ciglio della strada, quasi incosciente. Ci avviciniamo per chiederle come sta, ma non risponde, sembra essere in dormiveglia. La mia amica le dà da bere un po’ di acqua, quando a un tratto si avvicinano due ragazzini siriani e ci aiutano traducendo in turco. Il padre, un musicista turco, vedendoci ci raggiunge e ci racconta di essere costretto a portare la figlia con sé perché la moglie è morta, e non ha nessuno a cui lasciare la piccola mentre lavora. Non posso esprimere a parole il senso di tristezza provata, e nemmeno la riconoscenza negli occhi lucidi di quell’uomo per un gesto così piccolo.

I due ragazzini siriani ci chiedono qualche moneta e poi chiacchierano con noi, regalandoci momenti di grande speranza, sebbene colmi di tristezza per la loro condizione. Hanno 11 e 13 anni, raccontano di essere fratelli ma ai passanti fanno credere di essere solo amici. Il padre e il fratello maggiore sono morti a Homs, città in macerie dopo la venuta di Daesh; il più piccolo ci mostra la collanina con i nomi dei morti, rispettivamente Jamae e Samir. Ora li porteranno sempre nel cuore. Vivono con la mamma, che vende acqua, e altri due fratellini in una stanzetta di cui pagano l’affitto col guadagno della madre e quel poco che riescono a racimolare.

Il più piccolo, che per la sua statura sembra essere più grande dell’altro, ci dice che se non avessero davvero bisogno non scenderebbero a mendicare in strada. Tutto sommato a chi piacerebbe? La dignità viene meno quando le difficoltà e le guerre strappano le persone care e annullano i diritti fondamentali della vita umana.

Dicono di essere stati rifiutati a scuola perché chiedono l’elemosina e non hanno sangue turco, che una volta nel tentativo di entrarvi la direttrice avrebbe rotto il polso a uno di loro e ci mostrano una fascia che tengono in tasca. Il polso lo muove senza problemi, anche se dice che qualche volta sente un po’ di dolore. Tuttavia non credo molto a questa versione: il giorno dopo infatti conosco un neurochirurgo siriano che risiede a Istanbul e che collabora con Unicef per i bambini siriani. Mi spiega che questa storia del rifiuto a scuola è una loro invenzione per giustificare il fatto di non frequentarla: in realtà il governo turco avrebbe introdotto appositi programmi d’istruzione perché i giovani siriani imparino la lingua turca e si integrino nella società.

Sono piccoli ma alla loro età ragionano come dei grandi. “Non voglio diventare ricco, il profeta Pbsl (pace e benedizione su di Lui, ndr) era povero. Voglio avere solo quel poco che mi basta per vivere. I ricchi non stanno bene”. Questa frase mi ha fatto riflettere sulla superficialità della nostra vita: ci lamentiamo così tanto per futili stupidaggini e questi ragazzini mantengono la loro fede più forte che mai, nonostante le avversità della guerra e della povertà.

Ci piange il cuore, ma quando diciamo loro che non siamo in grado di aiutarli più di tanto, perché non lavoriamo e siamo studentesse mi stupisce il più piccolo che ci dice che lo sa che non siamo ricche: “Gli studenti non sono ricchi, anche mio fratello maggiore studiava in università, ma piano piano quando hai finito gli studi diventi ricco”. Il fratello maggiore è stato ucciso da un missile.

Si rivolgono a noi chiamandoci “zie”, in segno di rispetto. Alla loro età io pensavo solo ai Back Street Boy e agli anime. Ci raccontano dei loro morti con lucidità e senza vergogna, mentre alla mia età ancora non riesco nemmeno a parlare dei miei. Ci incoraggiano a non abbandonare la fede, quando sono loro i più deboli che hanno perso tutto nella vita. È una lezione gratuita su quanto sia preziosa la vita, ma ancor di più la fede in Dio, la famiglia e gli amici cari, perché i momenti insieme valgono mille volte più di qualsiasi ricchezza materiale. E spesso ce ne dimentichiamo.

Dopo averci salutate e abbracciate ci avvertono di stare attente alle nostre borse, perché ci sono molti ladri in giro. Dobbiamo imparare molto dai bambini.

“E quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogniqualvolta il sole attraversa il cielo.”    L’Alchimista, Paulo Coelho.

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